Tavola rotonda “DIALOGO TRA IL MONDO CRISTIANO E QUELLO EBRAICO”
Confronto stimolante, quello di domenica 25 ottobre nel Duomo di Portobuffolè, con la tavola rotonda su “Dialogo attuale tra il mondo Cristiano e il mondo Ebraico”. Tre i relatori: Mons. Ravignani, Vescovo emerito di Trieste e Vittorio Veneto, esperto ed appassionato di relazioni tra le due Confessioni, il dott. Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane dal 1998 al 2005 - definito sin dall’inizio il “Presidente del dialogo” - e la Dott.sa Silva Bon Gherardi, storica della comunità ebraica triestina. Moderatore il Dott. Tazzer, giornalista della RAI.
Il pubblico ha accolto con calore Mons. Ravignani, Vescovo caro e amato sia a Portobuffolè che nelle parrocchie limitrofe; con un breve excursus storico il Vescovo ha scandito alcune tappe importanti della storia del dialogo tra mondo cristiano ed ebraico, ricordando il suo predecessore Mons. Santin, che negli anni della persecuzione razziale e delle leggi antisemite ha sempre difeso gli ebrei di Trieste: un segno chiaro di apertura e di avvicinamento della Chiesa Cattolica, in un momento storico scandito dal regime fascista. Un ulteriore passo avanti è avvenuto con il Concilio Vaticano II, che ha incoraggiato il dialogo con il Popolo di Israele partendo dalla consapevolezza delle comuni radici. C’è infatti un legame profondo tra Ebrei e Cristiani, un patrimonio spirituale comune enorme: la parola di Dio nell’Antico Testamento è stata rivelata agli Ebrei e per questo le radici comuni devono essere punto di partenza per incoraggiare lo studio, la riscoperta e il confronto.
Secondo Mons. Ravignani questo processo di apertura e di dialogo può e deve continuare anzitutto con il rispetto dell’altro, della sua fede e spiritualità, e con l’attenzione per le questioni che coinvolgono l’uomo di oggi. Rispetto e apertura: il dialogo può continuare solo se non si nasconde nulla all’altro, se ci si confronta aprendosi completamente. E’ fondamentale rispettare la libertà dell’altro, non imporre la propria fede o la propria opinione , non affermare la superiorità dell’uno o dell’altro, non giudicare e non condizionare. Mons Ravignani ha però sottolineato come il dialogo non debba limitarsi solo alle alte cariche o alle cattedre, ma svilupparsi anche a livello delle comunità; le comunità devono essere educate a conoscere le Scritture e le diverse interpretazioni, perché imparare vicendevolmente aumenterà l’amore reciproco. Ecco quindi il ruolo dei sacerdoti, che devono aprirsi come pastori e stimolare la conoscenza tra le Confessioni. Per Mons Ravignani si tratta infatti dello stesso Popolo, il Popolo della Salvezza. Considerando l’altro come un fratello, una persona cara, non come un estraneo, ci interesserà tutto di lui e non lo guarderemo più con diffidenza.
Anche il Dott Luzzatto nel suo intervento ha sottolineato come il dialogo debba partire dagli elementi condivisi, riportando degli esempi di linguaggio comune: la frase che dà l’avvio alle 18 benedizioni /”Signore, apri le mie labbra”); l’espressione “Padre nostro che sei nei cieli”e il Salterio con i suoi 150 salmi.
Il dialogo genera dialogo e non ci può essere senza partire dalle comuni radici, per continuare sui problemi e sulle questioni irrisolte. Come in tutte le famiglie ci sono dei problemi, ma la cosa importante è avere la volontà di affrontarli per superarli e perché non generino avversità.
Luzzatto ha poi spiegato il significato della parola “preghiera” che in ebraico deriva da “giudizio”. Pregare in ebraico si traduce nel giudizio su se stessi, nel riconoscere le proprie colpe o trasgressioni: ecco quindi un altro elemento in comune, che nel Cristianesimo si traduce nella Confessione. Preghiera è mettersi a giudizio e sapersi giudicare: è difficile, secondo Luzzatto, che ci sia qualcuno che abbia la faccia tosta di assolversi. Concludendo scherzosamente Luzzatto ha sottolineato come il dialogo tra Ebrei e Cristiani debba essere curato e alimentato nel tempo, come un prato all’inglese che per essere così verde deve essere tagliato e annaffiato ogni giorno, per centinaia di anni. Si tratta di un processo che richiede tempo e costanza, ma ha anche riconosciuto che la fase del dialogo rivolta al conoscersi meglio come fine a se stessa è finita, e che si deve passare alla fase del conoscersi per una collaborazione nel mondo di oggi.
Infine la Dott.sa Bon Gherardi ha spiegato le ragioni personali che l’hanno fatta avvicinare al mondo ebraico Il padre era stato deportato in un campo di concentramento vicino a Dachau e, nelle poche volte in cui ricordava quei terribili momenti, ripeteva alla sua bambina che gli ebrei “pativano delle pene peggiori di lui”. Da qui è nata una sensibilità e un’ apertura che hanno spinto la figlia a scrivere la sua tesi di laurea sugli Ebrei a Trieste, e a continuare poi le ricerche e gli approfondimenti. Trieste si è rivelata il comune denominatore geografico dei relatori, tutti di origini triestine. La città – è stato sottolineato - si trova in una posizione geografica che la rende crocevia di popoli, culture, religioni: città di frontiera e porta d’ingresso per il mondo Balcanico, porto franco dal 1700 che ha potuto attirare molte nazionalità. La presenza degli Ebrei risale al 1200, da sempre ci sono stati dei legami con la comunità, alcuni di essi ricoprendo alte cariche nel mondo della finanza, degli affari, della politica. Ma vivendo al contempo separati, nei ghetti. Gli Ebrei hanno contribuito al benessere e alla ricchezza di Trieste, ma per moltissimi anni Ebrei e Cristiani sono convissuti ignorandosi, con una certa freddezza.
Nel corso degli anni i legami sono cresciuti, si contavano sempre più numerose famiglie miste, la comunità è cresciuta nel ‘700 e nell’800 fino a raggiungere 8000 persone. Oggi la comunità ebraica di Trieste ha circa 600 iscritti, si tratta di una comunità viva e amata. La Dott.sa Bon Gherardi ha ripercorso i dolorosi momenti che hanno portato alla Shoah; il censimento della popolazione ebraica, la discriminazione con le leggi razziali, l’epurazione, l’impoverimento, l’isolamento con la ghettizzazione e infine lo sterminio. Tutto questo nel silenzio del popolo italiano, in una situazione di assenso silente, di omologazione, di conformismo e immobilità di fronte alle leggi razziali. Anche lei infine ha riconosciuto i passi avanti compiuti e ciò che viene auspicato è che ci sia fiducia nel futuro di questo dialogo; come Mons. Ravignani, ha sottolineato l’importanza della partecipazione della comunità, in modo da mantenere vivo l’interesse ed evitare che ricorrenze come il giorno della memoria diventino un rituale stanco, ripetitivo e cristallizzato, perché imposto e non sentito.
Comitato San Marco
Sintesi di Marina Carpenè
Foto di Mario Biancotto
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